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A proposito degli ultimi del Paradiso

Oltre 1300 persone muoiono ogni anno in Italia di lavoro.
Di questa realtà sappiamo pochissimo e quel poco si confonde fra responsabilità e silenzi interessati, colpe, bugie che rimbalzano all’attenzione e scivolano via in fretta. Quasi che l’oblio e l’occultamento siano l’obiettivo di chi porta le responsabilità di questa ininterrotta storia di sangue. Resta nitido solo il dolore insopportabile di chi ha perso un marito, una moglie, un padre, una madre, un figlio. Così da costringerci a sommare alla compassione per chi è morto la compassione per chi rimane: isolato e solo, senza giustizia e senza lo stipendio dello scomparso, spesso l’unica risorsa della famiglia.

La leggera flessione nel numero di incidenti mortali sul lavoro registrata negli ultimi tempi non deve essere un alibi per abbassare la guardia. La battaglia sarà davvero vinta quando la cultura della protezione, la sensibilità degli attori sociali, la cura assoluta per il rispetto della vita umana saranno valori condivisi e si sarà ridotto il più possibile il numero delle vittime.
Non è una questione che riguarda solo i familiari. Chiama in causa tutti noi.

Dice un protagonista de "Gli ultimi del Paradiso" in uno snodo importante del film:"Cos’altro deve accadere per farci capire che
non c’è niente di più importante della vita di un uomo?” Questa domanda da sola racchiude la ragione di questa storia e il motivo per cui andava raccontata.

Luciano Manuzzi

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