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Lavoro al femminile

Temporaneo e femminile. La silhouette del lavoro disegnata dall’agosto è questa. E certo tratteggia un lavoro “estivo”, stagionale, di un sistema economico che prova a gestire la ripartenza.

Che è in atto, come dimostra, ad esempio, il dato sempre di ieri del 70% in più di vendite in Italia di macchine utensili nei primi sei mesi. Un boom frutto anche di una intelligente politica di incentivi. O il Salone nautico del rilancio inaugurato sempre ieri a Genova. O, ancora _ è sempre un indizio _ l’aumento di vendite di pallets (+15,3% in sei mesi), i bancali in legno che si usano per trasportare e movimentare le merci di quasi tutti i settori manifatturieri. O la revisione al rialzo del Pil italiano fatta da Standard & Poor's.

La velocità di uscita dalle «sabbie mobili» è l’elemento che ancora manca.

Il dato di ieri della disoccupazione scende sotto una soglia psicologica importante: si passa in agosto dal 12% all’11,9%, con un calo destagionalizzato pari, in un anno, al 5%, vale a dire 162mila unità uscite dalle file del non-lavoro. E l’occupazione conta 325mila occupati in più in un anno, pari a un terzo dei posti persi negli otto anni della crisi. Gli inattivi, coloro che, per sfiducia, non cercano lavoro perché non si aspettano di poterne trovare uno, sono diminuiti in un anno di 248mila unità.

Un calcolo grezzo fa assomigliare la quantità di nuovi occupati alla somma tra gli inattivi e i disoccupati ridotti in un anno. Ma non è certificabile che questo passaggio sia diretto. È in atto uno spostamento dall’area della sfiducia verso l’area della ricerca speranzosa di un posto di lavoro. E anche questo bacino si sta riducendo perché il lavoro conosce una nuova stagione di recupero.

In questa tendenza spicca la performance delle donne che, come noto, in Italia sono il capitale umano più sottovalutato. Pur in presenza di un tasso di attività ridicolo (47% che diventa 31% al Sud) la disoccupazione femminile dall’agosto 2014 all’agosto 2015 è scesa del 7,3% pari a 108mila unità, due terzi del calo complessivo registrato nel mese (-162mila). Se questa tendenza si consolidasse e, assieme a questa, venisse confermato il “tiraggio” di nuova occupazione nel Mezzogiorno (come rilevato a luglio) il rilancio dell’economia sarebbe allora a uno stadio di maggiore robustezza.

Per ora chi assume lo fa ancora privilegiando i contratti a termine (la cui nuova disciplina li ha resi particolarmente efficaci nella deregulation delle causali e dei rinnovi e nella durata complessiva arrivata ormai a 36 mesi) segno che - nonostante il valore della decontribuzione per le assunzioni a tempo indeterminato - le imprese preferiscono “ingaggi” che non impegnino orizzonti temporali troppo lunghi: dall’agosto del 2014 allo stesso mese di quest’anno i contratti di questo tipo sono cresciuti del 5,9%, pari a 136mila unità e nel solo mese di agosto sono stati quasi il doppio rispetto a quelli a tempo indeterminato. Fatto che sottolinea ulteriormente l’elemento stagionale della performance legata all’andamento dell’attività turistica e, probabilmente, anche influenzato dall’evento Expo.

La crisi ha lasciato un’eredità psicologica difficile da estirpare. E la fiducia non sta ancora dispiegando tutto il suo potenziale.

Rispetto al periodo buio della crisi anche l’occupazione senza scadenza mostra un quadro positivo con un incremento annuo dell’1,3% pari a 188mila unità. Nonostante gli incentivi non si può però dire che si tratti di un boom. Anche perché i riscontri mensili segnalano ancora dati contrastanti: in questo agosto, ad esempio, rispetto al mese precedente i disoccupati tra i giovani sono aumentati del 2,1% nonostante un calo annuo del 10,1%, solo in parte compensato da un aumento degli occupati tra i giovani pari allo 0,8 per cento.

Semmai siamo ancora in una fase di assorbimento di lavoratori cassintegrati o espulsi temporaneamente dal ciclo produttivo che ancora rende difficile il vero cambio di passo verso una piena occupazione aggiuntiva. E l’allungamento dell’età pensionabile non fa giustizia di un riequilibrio generazionale sul mercato del lavoro.

Tra l’altro - come nota la rilevazione trimestrale dell'Istat diffusa a luglio - siamo in presenza di un aumento complessivo dell'input di lavoro in gran parte alimentato dall'aumento delle ore lavorate pro capite (perché gli impianti cominciano a girare di più) pur in presenza di un fenomeno di riduzione degli occupati che, tuttavia, in termini di ore lavorate complessive risulta di minore impatto rispetto alle ore aggiuntive. Ore aggiuntive in gran parte dovute al riassorbimento dei cassintegrati (e non a un aumento degli straordinari che resta ancora molto contenuto).

Certo sarebbe una jattura se su questo scenario in miglioramento si abbattesse il ciclone Volkswagen. Ma, purtroppo, nessuno può ancora escluderlo. Anzi.

sito del Sole 24 Ore

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